L’ESTATE CHE ARRIVA

Siamo all’inizio dell’estate e arriva il momento di raccogliere i frutti dell’impegno messo nella stagione invernale a tirare prese su un muro.

Io di prese non ne ho quasi tirate; per mantenermi con i guai fisici della non più giovane eta’ zero possibilità di allenamento e allora raccolgo il fondo del barile della mia esperienza e con un po’ di gite escursionistiche o scialpinistiche  e arrampicate in falesia fatte nei mesi precedenti ho le riserve utili per vedere di combinare qualcosa.

Ci sara’ chi andra’ in qualche fresca falesia con l’obiettivo di chiudere qualche tiro per lui impegnativo, chi cercherà di ripetere vie su roccia sia che si tratti di vie a fix o di vie con ancora i cari e vecchi chiodi a cui e’ bene avvicinarsi ben muniti di nut e friend e soprattutto di sapere come  usarli correttamente.

Si dovrà fare fin in fondo i conti con questo meteo balordo e quindi posticipare l’inizio dell’attività in alta montagna, visto che in alcune zone la neve maggiolina tarda ad  assestarsi.

Fare paragoni non e’ mai bello, ma i miei NON saranno  tra una cosa bella e una non bella, ma su cosa bella ed una di più ( a seconda dei gusti).

La mia domanda e’: acchiappano di più le vie classiche o moderne?

Io, ai tempi in cui ero in seria attività, preferivo le prime, le vie classiche hanno un’anima.

Nel salirle è bene  entrare nella testa degli apritori, sfido chi essendo veloce (non io ai tempi) fosse riuscito a salire la Detassis alla Brenta alta sullo stesso percorso, anche a distanza di poche ore da una salita all’altra (es: prima e dopo pranzo); ripeterla esattamente sullo stesso percorso penso che sia  impossibile .

Il continuo salire e traversare, salire e traversare su difficoltà sostenute  mi aveva portato a pensare come si potesse scalare con l’attrezzatura dei tempi pareti già cosi impegnative (i traversi servirono per aggirare ciò che allora era impossibile da salire, visto che si parla del 1934…)

Sulla Detassis,  il  quinto superiore, il  sesto e forse  in qualche tratto anche qualcosa di più sono le difficoltà costanti dei primi dieci tiri, la roccia e’ ottima, la chiodatura non e’ certo abbondante, anzi i chiodi erano pochini, ma con calma  ed attenzione ci si protegge in modo abbastanza rassicurante; un cordino  su qualche spuntone, qualche nut o friend entra bene dando la possibilità di avere una  buona sicurezza, si crea una situazione in cui mentre scali la tensione emotiva non sia tale da annullare il piacere ed il divertimento derivanti dalla bellezza della via.

Sicuramente qualche chiodo in più , di quelli che usai, c’era e non e’ stato infilato solo perchè non visto (mannaccia),  quando salendo si va qualche metro su e qualche metro a sinistra o a destra (senza riferimenti politici) poi ancora qualche metro su e poi… capita che un chiodo lo vede il secondo che ti dirà perchè non lo hai infilato, dato che lui se lo e’  trovato dritto davanti agli occhi!

Certe vie, dovrebbero insegnare a chi ogni tanto si eleva  un po’ troppo, magari per qualche bel successo in falesia, che su tante vie, nelle dolomiti in particolare modo,  il quinto superiore e il 5b in falesia hanno o almeno possono avere  una connotazione assai diversa.

Alcune vie, che ora per gradi per qualcuno potrebbe anche essere snobbate, fanno davvero parte della storia della montagna e prima di ritenerle facili è buona cosa averle ripetute.

Gli indiani d’America avevano il motto: non vendere mai la pelle dell’orso prima di averlo cacciato.

Le vie moderne, ammesso che uno (io compreso) sia in grado di salirle (perchè il grado su cui  si corre in falesia quando la distanza delle protezioni aumenta in modo sostanzioso  ha un sapore del tutto differente) sono belle, ci si diverte (se si ha una buona padronanza del grado o se non si temono voli lunghi), si trovano soste su cui stare appeso che non ti fanno ricordare, come su alcune vie di lontani  tempi passati,  le preghiere che magari non reciti dal tempo del catechismo, e le ripeti nella mente,  fino che chi sta davanti non ti grida SOSTAAAAA, e ti comunica che questa e’ comoda e buona.

Certo che i nostri Eugenio, Fabrizio e Piero (l’ordine e’ solo alfabetico) aprendo Compagni di viaggio al Monte Oddeu hanno donato a molti appassionati la possibilità di arrampicare su difficoltà alla portata di tanti, di divertirsi , di toccare una roccia splendida in un ambiente bellissimo ( in Sardegna le immagini mitiche sono le pareti con il mare sotto, nonostante questa mancanza non da poco, il contesto naturale di  monte Oddeu a me e’ piaciuto veramente tanto).

Per non rischiare che al prossimo rinnovo del bollino annuale al CAI di Piacenza  non ci sia qualcuno che mi inviti ad iscrivermi altrove (Codogno o Fidenza non sono poi lontane) la citazione alla Rocca del prete e’ d’obbligo.

Vicine corrono la Diretta e Tolasodulsa, ripetute entrambe, vi dico che  io sono affascinato più dalla prima;  non che la seconda non sia bella, anzi, di nuovo bravi ad Eugenio e Fabrizio (il quale potrebbe mollare solo un  po’ lo sci-alpinismo, attività in cui negli anni mi ha spesso trovato come complice, e rimettersi anche ad usare  le scarpette…).

La diretta attuale risente delle varianti aperte da Enrico e Lucio, conoscendoli  e stimandoli entrambi per differenti motivi, per me stavano insieme in montagna più o meno come Peppone e Don Camillo nel periodo pre-elettorale nei film di Guareschi; le giovani leve si documentino su chi erano Peppone e Don Camilo (in rete di Lucio ed Enrico ci sà poco) e poi pensino a due persone così differenti legati insieme in montagna.

Il percorso sà di via classica (come di fatto e’, nonostante  la chiodatura ora affidabile e sicura), con i suoi tiri iniziali, il traverso e l’ultimo tiro dove ci si appende e ci si tira sui chiodi  (ma se fatto con eleganza ha la sua totale dignità)

Quindi tiro dopo tiro si arriva finalmente al prato alto dove si sosta (per fortuna comodi) e dove la via finisce.

Per me l’ultimo  tiro è… la manciata di ciliege sulla torta (al diavolo la bilancia), se fosse in mezzo alla via non avrebbe lo stesso fascino.

Il percorso emotivo e tecnico e’ sempre lo stesso, il primo  arriva su,  sistema correttamente la sosta,  si assicura  e poi quel grido liberatorio MOLLA TUTTO, poi sale il secondo arrivato su si assicura per bene; in sosta ci si stringe la mano, ci si abbraccia, alle volte ci si dice anche peccato che la via sia finita, altri tre/quattro tiri ci sarebbero stati proprio bene, un sorso d’acqua un po’ di cibo, un occhio al tempo (meteorologico e anche alle luce ancora disponibile), si sistema il materiale  e giù in discesa, concentrandosi bene fino dove il terreno lo richiede.

Già dopo pochi minuti con un po’ di guadagnato relax, si inizia a pensare alla prossima via, ma penso di scrivere ancora qualcosa, e se Eugenio sara’ ancora dell’idea di pubblicarlo, magari lo leggerete anche.

Vittorio, Piacenza, 14-06-2019.

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